La "lezione" di Luigi Tarricone

 

La "ripresa" de La Voce di Nardò avviene in settembre che è il mese delle foglie che ingialliscono in giornate sempre più corte e umide.

Della vendemmia.

Della Scuola che ricomincia.

Abbiamo voluto permeare questo numero dello spirito del mese.

Cinque anni fa, il I settembre del 1999, scompariva Luigi Tarricone, che per molti anni e in tante occasioni, ha collaborato con il nostro periodico.

La Voce vuole ricordarlo in una veste che è passata un po’ in secondo piano rispetto a quella di uomo politico e delle istituzioni.

Prima di dedicarsi in maniera esclusiva, appassionata, alla politica come impegno e missione civile e sociale, Luigi Tarricone è stato un uomo di "lettere".

Come professore, come pubblicista, come autore di saggi.

Con lui hanno studiato nel liceo di Nardò intere generazioni di giovani.

Molti, per lui giovanissimo docente, quasi coetanei, gli sono stati amici di vita e di esperienze, anche politiche.

L’impegno politico gli fu di non poco ostacolo nella carriera scolastica nella quale, come ha ricordato il sen.Giorgio De Giuseppe, ebbe a subire non pochi abusi a causa della sua militanza politica.

La Scuola fu sempre una sua grande passione.

In questo numero La Voce vuole ricordarlo a quanti lo conobbero e lo apprezzarono per la sua sensibilità e la sua cultura, con due foto, una delle quali in classe, durante una lezione con i "suoi" alunni, tre poesie, tratte dalle raccolte "Poesie" e "Altre poesie", una recensione pubblicata sul n.142, anno III, del 6 ottobre 1951, di Mondo Operaio.

da "Poesie" e "Altre Poesie"

 

TESTAMENTO

Quando morirò voglio soltanto

un bianco lenzuolo intorno al corpo

legate con lunghi chiodi lucenti

assi di ruvido legno a far da bara,

e nessun nome segni il marmo o il cippo;

finchè vivranno sappiano ove giaccio

soltanto quanti spinti dall’amore

vorranno qualche volta ritrovarmi.

 

IN MEMORIA di LORIS FORTUNA

Sic transit…

 

Erano pochi, certo buoni, nella piazza

Poi sono arrivati affannati

I compagni della Direzione

Che hanno sacrificato minuti preziosi

Del loro quotidiano lavoro

A rendere lucente il carro

Del sole dell’avvenire.

Ma dove sono le femministe abortiste divorziste

Che marciavano in massa

Quando Loris caparbio si batteva per loro ?

E quando la cerimonia è finita

Come "come quando si parte il gioco della zara"

Tutt’intorno davanti dietro a lato a Craxi

La vedova e i figli soli con la bara.

Era soltanto un morto

Che non poteva più elargire favori.

 

ASSOLUTO

A volte ti pare d’averlo in pugno

Di aver penetrato

Il gran congegno

Dell’immobile motore

Della grande ruota

Ma subito l’hai perso

Né c’è nei meandri del pensiero

Un filo d’Arianna che ti guidi

A ritrovare quanto s’è dissolto


Vento del Sud

un contadino ha capito

  Quando hai finito di leggere questo libro (Elmar Grin, Vento del Sud, Premio Stalin 1947, Macchia editore), rimani perplesso a dare un giudizio; così leggera t’è sembrata la fatica di scorrerne le pagine prive di notazioni intellettualistiche, così naturale e comune lo svolgersi degli eventi, che puoi essere portato a scambiare per povertà di espressione il placido fluire del discorso che pare non allontanarsi mai dalla quotidiana mediocrità, per scarsità di immaginazione la nuda semplicità della trama.

Ti pare impossibile avvicinare questo romanzo a quelli di robusta struttura di un Ehremburg, o di epico respiro di uno Sciolokov, di tormentata introspezione di un Tolstoi, ma quando ti vedi balzare vivi dinanzi, ad uno ad uno, tutti i personaggi della vicenda di Vento del Sud, quando penetri oltre la cronaca della vita di un uomo per giungere alla storia della lenta evoluzione del suo spirito, determinata dalla martellante quotidiana lezione della vita, giungi alla conclusione che ti trovi davanti ad un capolavoro e a uno scrittore da annoverare tra i più grandi della letteratura sovietica.

Il vento del Sud di questo romanzo è il vento della primavera che scioglie le nevi, spezza le corazze di ghiaccio dei fiumi, riporta la vita dopo il letargo invernale.

In questo senso il vento del sud, è anche la parola nuova che illumina la mente di un uomo traendolo dalle tenebre alla luce, da uno stato di inerte accettazione di un destino cui non sfugge, al sentimento di dignità che chiede il rispetto dei diritti del lavoro e sa lottare per il conseguimento di quei diritti.

Tutta la storia è compresa tra due stati d’animo. "Avviene che certuni si arrabbino ed imprechino ed esigano qualcosa. Ma che cosa ottengono? Un bel licenziamento, ottengono.", pensa il protagonista all’inizio di questa storia, ma alla fine, quando il padrone che lo vede cambiato dopo il ritorno dalla guerra, gli offre quella terra che per tanti anni ha desiderato e che oggi le sue braccia stanche non possono più dissodare con facilità,, "me la piglierò io stesso quando sarà necessario", gli risponde.

Certo che ce ne vuole del tempo per arrivare a questa conclusione. Ed è proprio nel ritrarre il lento germogliare e progressivo fortificarsi di una nuova concezione della vita, nel cuore del contadino Einari, che si rivela la grandezza dell’artista.

Vi contribuiscono molteplici elementi: la constatazione del reduce che la guerra non è servita ad altro che a far arricchire pochi cialtroni, le parole del fratello Vilho che si avvia a divenire un militante del partito comunista, fondamentalmente, la considerazione che tanti anni di lavoro non gli ahnno dato niente, mentre le sue braccia hanno creato ricchezza, la scoperta graduale che tuttu quanto gli è stato detto sulla Russia è un cumulo di menzogne per convincerlo a battersi. – "mi dissero che dovevo difendere il mio paese dai russi, ed io andai a difenderlo. Io non volevo che loro mi portassero via le mie quattro aiuole". Che l’azione in Finlandia ha relativa importanza. Puoi cambiare i nomi e spostarla in qualsiasi luogo d’Italia, farne protagonista un bracciante del Sud o un contadino povero d’una qualsiasi regione del nostro paese. Ad ogni passo s’incontrano degli Elias che vogliono spazzare dalla terra i russi, che si dicono pronti alle più grandi imprese e ad esse esortano, pronti domani, se riuscissero nei loro intenti criminali, a divenire gli eroi del fronte interno.

La mascheratura degli interessi di classe dietro le parole di patria e di onore e di civiltà non è certo solo dell’agrario finlandese, ma del borghese di ogni nazione.

In questo è il valore umano e universale di questa opera: nell’aver saputo innalzare all’altezza del simbolo una comune storia, nell’aver colto nel processo di autoliberazione di un uomo, quello dell’umanità oppressa che spezza le catene e si avvia pur lentamente, ma sempre più certa e fiduciosa nelle sue forze, verso la libertà, nel suo messaggio di pace e di speranza in un mondo migliore.

Luigi Tarricone