Società Economia

Il lavoro sommerso

 

Quando si parla di "sommerso", soprattutto a Nardò, purtroppo occorre denunciare una situazione diffusa, quasi generalizzata, di precarie condizioni di lavoro cui è costretta ad operare la gran parte dei lavoratori subordinati.

Si tratta, in effetti, di constatare, ancora una volta, come sia lunga e difficile la strada da pecorrere per raggiungere degli obiettivi di legalità e di ridimensionare una realtà alterata, figlia anche di vecchie consuetudini, mai superate, che trova nell’imprenditoria locale un atteggiamento chiuso e inflessibile, legato unicamente alle logiche del profitto a tutti i costi.

E’ vero che molte cose sono cambiate nel tempo rispetto al passato ma è altresì vero che la nuova classe imprenditoriale rimanga tuttora rigida a certi schemi che non consentono un se non perfetto almeno accettabile sviluppo del tessuto sociale e lavorativo.

Voglio dire che l’evoluzione di una realtà, delle condizioni di vita passa prima e soprattutto attraverso il miglioramento delle condizioni e della politica del lavoro.

Ciò che invece accade, ed è la regola, costituisce un quadro degenerato e desolante del difficile e precario atteggiarsi del panorama del lavoro.

Retribuzioni al di sotto dei minimi contrattuali, spesso inferiori, come salario effettivamente percepito, anche a quanto indicato in busta paga; mancanza sul luogo dilavoro di misure preventive contro gli infortuni sul lavoro; assenza di contribuzione assicurative e diffusione a macchia d’olio del lavoro nero.

Sono tutte emergenze che danno la dimensione esatta del fenomeno.

Chi scrive, affronta ogni giorno queste problematiche e cerca nel suo piccolo, di risolverle nel migliore dei modi, tenendo presente prima di tutto il senso di giustizia e di equità che deve presiedere ogni azione di denuncia.

Non è semplice, né facile portare avanti un discorso di lotta contro l’illegalità, e dovrebbero essere prima di tutto le istituzioni, in prima persona, ad assumersi il compito di vigilare e di attivarsi per il controllo a tappeto di tutti gli ambienti di lavoro per far sentire l’autorità dello Stato e stabilire quel clima di rispetto delle regole necessario per un più sicuro e garantito svolgimento del lavoro.

Ma si assiste ogni giorno, purtroppo, anche nei nostri cantieri, ad incidenti che mettono a repentaglio la vita degli operai.

Non manca certo nel nostro paese tutta una legislazione che disciplina la materia, ma non basta.

Ricordo che alcuni anni fa scrissi una lettera all’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, in cui denunciavo questa situazione. Gli chiesi apertamente di darmi una sua opinione, di saper quello che lui pensava, ma non ricevetti risposta.

Spesso i cittadini le risposte se le devono dare da soli e agire indipendentemente dall’aiuto di chi ricopre una carica istituzionale.

La realtà di Nardò non è diversa da quella di tanti altri centri del Mezzogiorno, ma è arrivato il momento di capire che ci sono realtà migliori e più evolute, che lungi dal volerle considerare come esempi incontestabili, rappresentano comunque un punto di riferimento concreto al quale guardare per stabilire un’inversione di tendenza.

Quanto volte ho sentito parlare nostri lavoratori che andando al Nord hanno trovato condizioni di lavoro senza dubbio migliori delle nostre e quindi possibilità di vita più adeguate. Certo esistono anche la delle eccezioni, ma esiste sempre una più equa distribuzione della ricchezza.

Ma c’è un’altra faccia della medaglia che vale considerare e che d segni incoraggianti di inversione di tendenza.

Esistono a fianco del "sommerso" realtà che operano nei ranghi della legalità e vivono come le altre tutte le difficoltà che comporta il complesso ruolo dell’imprenditore, anche con il serio pericolo degli sporchi ricatti della criminalità organizzata.

Credo che dovremmo rimboccarci le maniche e lavorare in questa direzione consapevoli dell’eredità poco allettante che, altrimenti, rischiamo di lasciare alle nuove generazioni.

Giuseppe De Vitis