LaVocediNardò

dicembre2004

 

 

La Speranza tradita

 

di Livio Romano

Non avere neanche quarant’anni e sentirsi un vecchio catorcio del XX secolo. Uno che crede ancora in valori demodé quali l’Uguaglianza sostanziale, la parità dei livelli di partenza, la politica come luogo dell’utopia possibile. La solidarietà contrapposta al liberismo. Carabattole d’altri tempi. Socialismo d’accatto di un sognatore. Cos’altro viene da pensare quando si assiste ai discorsi di propaganda elettorale di uno schieramento guidato da un uomo che è stato nel PCI e che in tv va esaltando valori che potrebbero trovar giusta dimora nella bocca di Berlusconi o di uno qualunque dei Nuovi Liberalizzatori del mondo? Cos’altro si può pensare quando la tutela delle classi subalterne viene affidata ai populisti di Alleanza nazionale –e ci si perdoni se, nel 2004, tiriamo fuori dal cilindro queste parole antiquate che fanno un effetto straniante innanzitutto a chi scrive. Viene da pensare che va tutto a rotoli, ecco quanto. Che i poveri se ne vadano pure tutti a picco legati a un concio di pietra leccese con i loro vestiti sgargianti comprati al mercato. Che è il momento –ammesso che questa storia si fosse mai interrotta- dei poteri economici che si saldano sempre e sempre più a quelli politici. E che grande è il disordine sotto al cielo, come disse quel tale.

Nardò, al solito, è un laboratorio politico all’avanguardia. Non succede niente che sia degno di nota, tranne questi esperimenti di alchimia elettorale del tutto avveniristici eppure totalmente aderenti allo Zeitgeist imperante. Chi scrive è uno che ha creduto e sostenuto la maggioranza che oggigiorno governa questa città. Uno che si è fidato, e continua a farlo, innanzitutto della nobiltà morale di questo gentiluomo d’altri tempi che è  l’attuale sindaco. Una persona per bene, pensavamo, e pensiamo. Con attorno della gente che saprà cosa fare per restituire a questa città un briciolo di dignità sociale. Cos’è successo poi? Cos’hanno fatto i vari consiglieri del Principe? Cos’hanno fatto, intendo, del mandato che i cittadini hanno loro affidato? Di un mandato che si chiamava Centrosinistra, con tutto l’appeal e il sistema di segni e di suggestioni che questa parola reca con sé? Ne hanno fatto graniglia per galline, ecco quanto. Qualcuno può onestamente affermare che Nardò sia una cittadina governata da una giunta progressista? Non crediamo davvero. Dov’è questo progresso? Nei veleni del Palazzo di cui alla gente che non sa come mettere insieme il pranzo con la cena non importa nulla? C’è qualche cantiere pubblico aperto: lo si nota. E poi? Andiamo per ordine. Un vecchio catorcio del XX secolo crede che un Comune governato dal Progresso abbia uno stile suo proprio. Quel catorcio ha girato l’Italia e l’Europa. Ha visto paesini di mille abitanti, in Toscana, con ludobiblioteca e ragazze sorridenti che facevano giocare i bambini nonché leggere i genitori e i nonni. Ha visto città umbre in cui il Municipio si fa promotore di Banche Del Tempo che nulla hanno a che spartire con le banche dei dollari che da Craxi in poi hanno fatto il bello e il cattivo tempo in questo Paese. E paesini del Salento, pure. Governati da entusiasti giovanotti e cortesi signorine che si propongono nientemeno che adibire una scuola in disuso a centro di socializzazione per famiglie. Un posto animato e allegro con le porte pitturate ognuna di un colore diverso. In una delle ex aule c’è la palestra per le giovani donne del paese. In un’altra uno psicologo ascolta i problemi di adolescenti brufolosi così come di vecchietti annoiati. Poi c’è l’atelier di pittura. Un sacco di materiale a disposizione di chiunque voglia provarsi con l’arte. E il laboratorio musicale. E i campetti di pallacanestro, fuori. Con le classiche partitelle due contro due a sfinimento. E le bocce, ovvio. Le panchine. Il verde curatissimo. Non stiamo parlando del centro sociale comunale di Basilea (dove pure rimanemmo folgorati dalla quantità e qualità di ambienti completamente a disposizione dei cittadini). Non stiamo parlando neanche della Sala Borsa di Bologna con i suoi ettari di dvd, cd, libri, giornali a totale facoltà di disporre per chiunque per venti ore al giorno (e puoi anche prenderne cinque alla volta e portarteli a casa e restituirli dopo dieci giorni). Stiamo parlando di un comune che dista da noi quindici chilometri. Amministrato da una giunta di Centrosinistra. Quando per un vecchio catorcio del XX secolo si dice “Centrosinistra” è proprio questo che si evoca: servizi pubblici per i cittadini, cultura al popolo, possibilità di svago e di intrattenimento intelligente gratis e, vogliamo dirlo?, guidato da sapienti e avveduti e appassionati maestri di vita e di politica. Non che non ci sia il dibattito. Per motivi di lavoro seguo quotidianamente le dispute che si fanno a Reggio Emilia -la città con gli asili (rigorosamente comunali) più belli del mondo- intorno alla gestione della cultura. C’è ancora trasporto, in quelle terre brumose. Si litigano e si smadonnano addosso. Non per chi debba avere l’appalto per cosa, bensì se estendere i servizi pubblici di laboratori di lettura e scrittura anche alle scuole medie. Se è giusto o meno che il Teatro Valli apra di pomeriggio solo la domenica. Cosa fare per integrare le culture straniere nel tessuto cittadino. Robette così. Carabattole d’altri  tempi.

E sul piano sociale ed economico, cosa evoca la parola Centrosinistra? Evoca tutela somma dell’ambiente. Evoca squadre di giovani laureati messi a studiarsi i P.O.N. (come succede in Basilicata) per costruire possibilità concrete per le migliaia di disoccupati prima che scocchi il 2006 e l’UE non ci dia, in quanto area depressa, neanche più un euro. Evoca soldi pubblici spesi per incentivare le imprese eco e eticocompatibili. Campi da gioco aperti e richiusi da un modesto custode, piuttosto che “affidati in gestione a” (questa spaventosa imperante ideologia dell’Impresa Economica Catartica prima o poi ci porterà alla fine della specie umana). Carabattole. Roba per sognatori. Fatti da parte e concentrati sulle tue novelle ché qua ci sono le cose serie cui pensare.

È un mondo che va a rotoli, l’abbiamo detto. Almeno per l’idea di convivenza civile che abbiamo noi vecchi utopisti. Reazionari che si accocchiano ai progressisti. Stampelle d’ogni risma per tenere in vita la maggioranza. Gente silurata per incoffesabili motivi. Questioni di cui ci importa davvero meno che nulla, alla fine. Aveva ragione Claudia Cantatore quando sul palco disse: “Per questa gente militare in uno schieramento o in un altro è solo una questione di opportunismo”. Nella terribile tautologia di quella frase c’era tutto quello che è poi successo. C’era questo vuoto di politica, di idee, di passione. C’era quello che mi ripete sempre uno dei nostri amministratori: “Nella giunta guadagnano, di loro, in media cinquemila euro al mese. Se governano, non lavorano. Dunque è ovvio che governino poco”. Giustissimo. L’impressione è proprio questa. Di “governare poco”. Ecco a cosa hanno ridotto la vita della polis: a frazioni di tempo quantificabili e remunerabili. Un altro che pure stimo e con cui mi capita di chiacchierare di tanto in tanto è un medico: “Il problema è che prima potevi vomitargli addosso tutto il livore. Adesso sono tutti amici: come si fa? Li abbiamo votati noi…”. Giustissimo anche questo. E voglio infine riportare un altro commento che ho letto, espresso da uno dei più grandi musicisti mondiali, neretino, forse suo malgrado. Diceva, il nostro concittadino, che Nardò è malgovernata da sempre, e va bene, lo si è sempre saputo. Non era questo che mi ha colpito della sua intervista. Il talentuoso musicista diceva anche che lo sviluppo deve passare per un’offerta turistica alta, d’elite, che cancelli con un solo tratto la marea di “leoncavallini che bivaccano a Portoselvaggio e che non portano ricchezza”. Ecco qua un bell’esempio di Idee Chiare. Quelle che non hanno questi governanti a mezzo tempo senza sentimento né aspirazioni. È propriamente un’opinione conservatrice espressa con precisione e senza giri di parole. Un’opinione che, ovviamente, e con tutta la deferenza che merita l’illustre artista, non condividiamo lontanamente. Perché pensiamo che quelli che lui chiama con una punta di disprezzo “leoncavallini” siano la parte migliore della nazione. Perché i centri sociali autogestiti sono uno dei pochi posti di vera solidarietà umana e di crescita culturale (non lo scopro io che tutte le tendenze artistiche che si sviluppano nel mercato prendono le mosse dalla cultura underground) e per un mucchio d’altri motivi. Ma è un’opinione, diavolaccio. Espressa in una città dove non si hanno più opinioni su nulla. Dove le lingue sono confuse e regna questo accidioso, sgradevole torpore rotto ogni tanto da qualche lugubre colpo di teatro che ormai non impressiona più nessuno.

Ebbene, la gente ha bisogno di credere. Ce l’ha mostrato Bush, se mai ne avessimo avuto bisogno. Ha bisogno che coloro i quali abbiano perso la passione per la Possibilità lascino il posto a quelli che, di questo sacro fuoco, hanno ancora da venderne.