LaVocediNardò

dicembre2004

 

 

Il Natale

di

Carolina

di

Don Angelo Corvo

Scrivo questo mio intervento da un luogo sconosciuto ai più. Si chiama Valleluogo ed è una località del comune di Ariano Irpino (AV).

Qui, oltre ad un Santuario mariano del XVIII secolo, vi è anche la casa madre dell’associazione internazionale dei Silenziosi Operai della Croce, fondati da Mons. Luigi Novarese.

Il carisma degli associati è quello di rendere presente Gesù accanto ai malati attraverso l’assistenza, il recupero, la riabilitazione, l’inserimento nel sociale, e tutto quello che può essere compreso nell’amore che il vangelo impone di trasmettere ai più poveri e bisognosi.

Nelle loro case sparse in tutto il mondo, propongono anche l’esperienza tipicamente cristiana degli esercizi spirituali, una settimana di preghiera e meditazione della Parola di Dio.

Il protagonista assoluto di questo periodo è il silenzio, severo, continuo e indispensabile per l’ascolto di Lui. Da qualche anno i responsabili nazionali mi chiedono di guidare questi esercizi, ed è per questo che sono qui.

Il mio compito è quello di dettare le meditazioni, quest’anno sul vangelo di Luca, che daranno spunto alla riflessione e alla preghiera durante tutta la giornata. E’ un impegno serio e ancora non so, lealmente, perché mi chiamino.

Ma forse qualcosa ho iniziato a capire proprio in questa circostanza.

Di persone in carrozzella ne ho viste tante in questi anni, ma Carolina l’ho conosciuta in questi giorni. La guardo da quando sono arrivato. E mi sconvolge ogni volta. Carolina è spastica.

E’ schiava di una malattia tremenda e beffarda che non le permette di avere autorità sul proprio corpo.

I suoi muscoli, i suoi arti, il suo viso, non dipendono da lei. Si muovono in continuazione contro la sua volontà.

Anche solo per grattarsi o per vedere che ore sono, Carolina deve fare diversi tentativi. La sua intelligenza, invece, è integra. Dà mentalmente il comando alla mano e si muove il piede, vuole sorridere e spalanca gli occhi, vuole parlare, ma le corde vocali chissà dove sono.

Eppure Carolina parla, parla con le dita: porta sempre con sé un cartellone con le lettere dell’alfabeto e come in una inoffensiva seduta spiritica rotea le dita scheletriche sulle lettere fino a "dire" A C Q U A, ma non accetta di bere fin quando non "scrive" P E R F A V O R E.

Le è accanto una donna dai capelli bianchi che ha rinunciato a vivere per sé e sembra che viva solo per Carolina. Sua madre, credo.

Mi commuove la sua dolcezza e la sua amorevolezza.

A tavola tutto peggiora. Carolina ha fame, ma tutto il movimento necessario per prendere il cibo, masticare, ingoiare, bere e pulirsi è da escludere. In più quando mangia tossisce in continuazione e allora deve masticare 5 spaghetti per ingoiarne uno. E la madre accanto non fa altro che imboccarla e pulirle le bave.

E ridono, divertite. Sì, ridono. Madre e figlia ridono quando si strozza o quando tossisce .

Ridono. E ogni loro risata per me che sono accanto è un pugno nello stomaco.

Vorrei "parlare" con Carolina, ma non ne ho ancora avuto il coraggio.

Mi sento inadeguato e piccolo. E lei mi sembra così tanto più in alto di me.

Vorrei anch’io chiederle, come immagino tanti di voi, perché continua ad aver fede in un Dio che permette queste cose.

Una domanda, in verità, che da tempo ho smesso di pormi, da quando ho capito che se la sofferenza non ha un senso per noi, certamente ce l’ha per Dio.

E comunque la malattia rimane un’offesa alla dignità umana, visto che Gesù ha guarito tanti malati, altrimenti li avrebbe lasciati così com’erano.

Ho chiesto altre notizie su di lei e ho saputo che quell’angelo che le sta accanto non è sua madre, ma una signora che le vuole bene e sta cercando di aiutare Carolina a farle sentire meno pesante la sua situazione e il dolore per la madre morta lo scorso anno. E ho saputo che Carolina non è una ragazza, ma ha cinquant’anni.

E sto male nel vedere come la malattia invece di invecchiarla la rende giovane.

E sto ancora peggio quando vengo a sapere che Carolina è qui perché ha deciso di consacrarsi a Dio per sempre in questa associazione.

Già, invece di bestemmiarlo, si è innamorata di Lui e vuole stargli accanto per tutta la vita, con amore e gratitudine.

Io non lo so se prima di partire riuscirò a parlarle, ma so di certo che tornare nel "mio mondo" adesso è molto più difficile.

Penso che mentre scrivo l’Italia si sta chiedendo chi ha vinto al Grande Fratello, chi sarà il nuovo personaggio che rinuncerà al suo cognome per assumere la nuova identità: Nome: Francesco. Cognome: Delgrandefratello.

E mi viene la nausea.

Penso alla mia città, indolente, finto borghese e cieca.

Che ha avuto il coraggio di dividere anche i poveri in quelli di destra e quelli di sinistra.

E ho la nausea.

Penso al Natale che arriva, quello in cui dobbiamo essere tutti più buoni. E ho la nausea.

Al Natale che, come hanno scritto alcuni ragazzi, è una festa importante come San Valentino e San Martino.

E ho la nausea. Vorrei che tutti conoscessero Carolina, che sperimentassero anche solo da lontano cosa vuole dire riuscire ad essere felici senza niente.

Che capissero l’importanza dell’essenziale e non si lasciassero dominare dall’apparire.

Vorrei che conoscessero Carolina quei genitori che si vantano nei rispettivi salotti perché "mio figlio cambia fidanzata ogni giorno" e vorrei portarci anche i genitori di quelle ragazze che fin quando vanno con tutti sono emancipate, quando restano incinta sono prostitute.

Poi ritorno a guardare Carolina e mi ritrovo presuntuoso censore e fustigatore incoerente.

E allora mi preparo a tornare lì dove vivo non per caso, ma perché Dio è presente non dove mi pare, ma dove Lui vuole.

E mi ritrovo ad amare la mia città con le sue contraddizioni e le sue ferite, con le sue vanità e le sue piccolezze, con la mai sopita speranza che tutto il bene presente in tante persone e situazioni del nostro paese emerga fino a trionfare sulla superficialità. Mi dispiace, ma più buono di così non riesco proprio.

Non adesso. Il Natale è la manifestazione di Dio che sceglie di abitare dentro di noi, soprattutto nei più semplici e nei puri di cuore.

Dio nasce lì dove lo si aspetta come Carolina aspetta una carezza e un sorriso.

Dio nasce dove il cuore non giudica e la parola non uccide.

Dio nasce dove è finita la speranza e l’uomo non si aspetta più niente dal fratello.

Dio nasce in me ogni qualvolta considero l’altro più importante.

Questo è il vero Natale, la festa dei giusti secondo Dio.

Questo Natale auguro a Nardò.

Un Natale di saggezza. Dice un proverbio indiano: "il giusto, come il legno del sandalo, profuma l’ascia che lo uccide".

Carolina mi ha fatto sentire, nella sua sofferenza, il profumo di Dio. Buon Natale, Carolina. Ti voglio bene.