Luigi Stifani di Nardò, Lecce è stato un personaggio eclettico: barbiere, violinista, terapeuita delle tarantate, musicista.

Attento e meticoloso, ha annotato, nel corso della sua vita, conclusasi nel 2000, anno in cui è morto,  i casi di tarantismo da lui guariti con l'esecuzione di pizziche tarantate.

Nel volume "Al Santo io credo" è raccolto il diario manoscritto delle esperienze di Stifani.

Ricco il corredo fotografico. Numerose le immagini inedite 

Con il libro curato da un gruppo di ricercatori che fanno capo al gruppo ARAMIRE' è proposto anche un CD in cui Stifani racconta alcune sue esperienze ed esegue brani di musica folklorica.

 

Io al Santo ci credo

DIARIO DI UN MUSICO DELLE TARANTATE

di LUIGI STIFANI

a cura di Luigi Chiriatti, Maurizio Nocera, Roberto Raheli, Sergio Torsello

Edizioni Aramirè   lire 36.000


In cinquant'anni di attività pseudo-sciamanica, in un'area d'influenza circoscritta tra Nardò e il suo circondario, il maestro Luigi Stifani dice di aver "curato" molte tarantate, le cui storie ha trascritto in un diario privato, che egli stesso ha intitolato Elenco del tarantolismo - Biografie delle tarantolate di Nardò e della provincia e fuori provincia.

Luigi Stifani di Nardò è un uomo non molto alto di statura, proporzionato e compatto, con un suo fascino particolare, scaturente dalla vivacità dei suoi movimenti corporei, dalle sue molte posture da anziano "tagliatore di barbe e capelli", dalla sguardo intenso e fermo, soprattutto quando la memoria lo riporta all'esperienza eccezionale della sua vita in una terra come quella del Salento, segnata dal fenomeno del tarantismo. Un fenomeno che affonda le sue radici nella protostoria salentina, cioè in un tempo fatto non solo di alcuni secoli fa, ma di millenni fa. Infatti, il tarantismo non nasce per noi ieri o l'altro ieri. Ernesto de Martino e altri grandi studiosi del fenomeno, come il De Masi nel 1800 e il De Raho agli inizi di questo secolo, lo hanno già appurato.

Nel buio delle tenebre della storia dell'evoluzione umana, in particolare nella notte dei tempi di una regione come il Salento, sembra intravedere all'orizzonte della coscienza del fenomeno una grande migrazione di popoli, che si spostano nell'area del bacino mediterraneo in seguito a grandi tragedie, in conseguenza di profonde rotture della stessa coscienza: probabilmente si tratta di una spaccatura di un iato coscienziale che divide in due (bene/male - brutto/bello - astratto/concreto - immaterico/materico) un'unità psico-fisica originaria.

Per questo, le più innovative ricerche degli studiosi sono orientate a cercare di capire quest'origine come legata alla persona psico-fisica colpita da questo tipo di sofferenza. Si continuano a cercare le cause sociali, economiche, organiche, psichiche del perchè il meccanismo psico-frustrante scatta in quella determinata persona; oppure cercare di studiare il territorio, in particolare il suo legame con certi tipi di aracnidi (Lycosa tarentula o Latrodectus tredecimum guttatus) o altri animali mitologici (sacara, basilisco, scolopendra forticante, ecc.), o ancora cercare di capire cosa accade in una persona dopo che si è lasciata "mordere" o "ri-mordere" da un "pungiglione" di un animale che, necessariamente, non sempre deve appartenere ad un animale, reale o mitologico che sia. Ci è stato spiegato da Salvatore Greco (Basso Salento) e da Giovanni Conte (San Vito dei Normanni) che loro hanno vissuto forme di tarantismo provocate dalla "puntura-morso" di uno spillone ferma-vestiti da donna oppure dalla lieve "puntura-morso" di una sforbiciata di sarto.

Francesco De Raho, Ernesto de Martino, Diego Carpitella, per citare solo i grandi etnologi di questo secolo, hanno approfondito questi aspetti e le loro ricerche sono oggi un patrimonio inestimabile di orientamento e di riferimento. Nelle loro opere è evidente lo sforzo compiuto per individuare storicamente le origini del fenomeno; per questo, essi, a volte, indicano o tracciano percorsi di ricerca tutti ancora da esplorare. E' perciò che al momento appare evidente che molto ci sarà ancora da scoprire su un fenomeno che simbolicamente vede l'inestinguibile scontro (la rottura di un iato coscienziale, si diceva poco sopra) tra due animali simbolo del divenire umano: la civetta della divina (soprannaturale) Vergine androgina (Athena-Minerva) e l'aracnide del tessere (ragnare) e ri-tessere (umano materico) la vita degli uomini.

Per questo crediamo che un’indubbia importanza - si tratta di un grosso patrimonio storico vivente dal punto di vista delle tradizioni popolari ed etnomusicali del Salento - rivesta la narrazione della storia del maestro Luigi Stifani, che a partire dagli anni '30 ha segnato profondamente il territorio nel quale ha vissuto e vive: appunto Nardò e il suo più ristretto circondario. In questi luoghi, Luigi Stifani ha operato e ancora oggi continua a farlo. La sua pratica più interessante è stata quella di aver "musicato" le tarantate sin da giovane. Le ha "musicate" prima con la chitarra, poi col mandolino, infine con lo strumento al quale si è sentito più e meglio legato: il violino. Le ha "curate" col "pizzico" di questo straordinario strumento, che a suo dire "ritocca il veleno che si poggia sullo stomaco. Quando le tarantate ricevono questo suono si incominciano ad eccitare rovesciando il giallo del veleno che è nello stomaco".

La musica a cui si riferisce il maestro Luigi Stifani è una pizzica-tarantata da lui composta nella tonalità della Indiavolata suonata in la maggiore, oppure in una tonalità più dolce, che può essere media oppure minore. Per Stifani c'è una sostanziale differenza tra la pizzica-tarantata, riferentesi essenzialmente alla tonalità da sottoporre alla sofferente ("l'Indiavolata serve per guarire uomini e donne tarantati"), e le altre tonalità, fra cui la pizzica-pizzica o la pizzica d'amore, che invece più che altro hanno una funzione rivolta al divertimento o alla disfida, come accade, ad esempio, nella danza-scherma, dove i giovani danzatori, per simulare innamoramenti e coreografie epico-sentimentali, usano scontrarsi in un duello simbolico.

I ritmi, comunque, delle musiche di Stifani sono sempre veloci. Secondo lui, le tarantate devono percepire dagli strumenti musicali (in particolare dal violino, dal tamburello, dall'organetto e dalla chitarra) la tonalità a loro più confacente; solo così sentono di poter iniziare la rituale danza della transe volta a tentare di risolvere la loro "problematica" rottura coscienziale. Per meglio sentire il ritmo speciale della pizzica-tarantata, le tarantate, nella loro danza rituale, e di sofferenza, usano a volte avvicinarsi con l'orecchio ora a questo ora a quell'altro strumento. Secondo Stifani questo accade perchè le tarantate intendono in questo modo mettersi in "comunione" con San Paolo (qui però cerchiamo di fare molta attenzione, perche la ricerca sull'origine simbolica di questo personaggio dei Vangeli ci dice che egli altro non è che uno straordinario enucleato sincretico di una divinità comunque vergine ed androgina - Lilit/Athena/Minerva?), il loro principale protettore (abbiamo saputo poi ce ne sono degli altri quali, ad esempio, san Donato, san Sebastiano, san Foca, tutti i santi e le madonne contrassegnati dalle spade, dalle scolopendre, o dai serpenti e da altri animali striscianti), al fine di chiedergli la grazia per sè, ma anche per chiedere la soluzione di faccende legate ai propri familiari o a conoscenti particolari.

Nel ricordo del maestro Luigi Stifani, oggi ottuagenario, il numero delle tarantate da lui musicate in oltre 60 anni di vita pseudo-sciamanica non va oltre le 40 unità. Questo dato è importantissimo dal punto di vista della persistenza del fenomeno in Salento nel corso dell'intero '900. D'altro canto questi dati possono evincersi anche dal diario privato dello Stifani che qui presentiamo. Si tratta di piccole cartelle manoscritte in un tempo non sempre lineare.

Per questo, per meglio dare il senso di quanto il maestro Luigi Stifani ha inteso dire e registrare gli eventi di tarantismo che lo hanno riguardato da vicino, ho riscritto qui di seguito il suo diario così come egli me lo aveva dato agli inizi degli anni '80. Allora, il maestro me lo aveva consegnato con l'impegno da parte mia di non renderlo pubblico prima che esso lo avesse consentito con una sua personale autorizzazione. Nel 1998, dopo una serie di incontri, avvenuti nella sua casa al mare in Santa Maria al Bagno, il maestro Luigi Stifani mi ha autorizzato a rendere pubblico questo suo diario. Si tratta di una scrittura in forma di dialetto italianizzato. Mi sono permesso qui e là di curare, là dove ho ritenuto utile farlo per una maggiore comprensione del lettore, la forma, la punteggiatura e qualche parola che poteva apparire incomprensibile. Le singole "biografie" dei tarantolati e delle tarantolate, le cui date a volte non rispettano la cronologia degli eventi reali, in particolare la numero 29, che è del 1940 ma che Stifani ha segnato con quel numero e l’ha posta in fine, egli le ha scritte in una versione, però della stessa "biografia" possono esserci anche più versioni. In questa trascrizione, mi sono attenuto alla versione più antica, a quella cioè che, secondo me, è stata scritta dallo Stifani in un tempo molto vicino allo svolgersi reale dell’evento. Alcune delle "biografie" sono state da me integrate con dati, sia pure limitati, estratti dalla seconda versione scritta dallo stesso maestro Stifani. L’attenta lettura delle storie ci permette di ricostruire mentalmente una serie di immagini relative ai singoli eventi. Alle "biografie" vere e proprie è stata anticipata una breve autobiografia dello stesso Luigi Stifani.

Queste "biografie", che per la prima volta vedono qui la luce, sono indicative dei luoghi in cui gli eventi si sono verificati dal 1928 al 1972, cioè in quasi 45 anni. I paesi citati dal maestro li ho trascritti in calce, là dove non lo ha fatto, reputo che si tratti del suo paese – Nardò – oppure di qualche altro paese molto vicino allo stesso Nardò. Stifani ha continuato a suonare anche dopo il 1972 ma, a suo dire, si è sempre trattato di tarantolate "blande", cioè di persone "pizzicate" da tarantole con un veleno non molto forte.

Riflettendo un po’ sulla storia del "curatore" Stifani, ci si accorge che il numero delle biografie da lui descritte è di 29 in circa 50 anni di "attività". Probabilmente ne avrà dimenticata qualcuna, oppure qualche caso "suonato" dal suo gruppo non sarà stato un vero e proprio caso di tarantismo, però ci è utile riflettere sulla quantità dei casi, perché è da ciò che si può comprendere la radicalità del fenomeno in un territorio circoscritto come il Salento o parte di esso.

(dall'introduzione al libro, di Sandro Portelli)